Bonus track fantasma

Quello che non c’è nel romanzo l’ho tagliato via io. Il mio editor, la casa editrice, non hanno colpa se nell’ultima stesura, durante il montaggio finale ho messo da parte qualcosa ad esclusivo beneficio del ritmo, del respiro della storia. A volte è necessario sottrarre, farsi prendere dal mood che stai suonando in quel preciso momento e mettere da parte il tuo maledetto ego. Non si può sempre strafare: è la regola. Ecco allora un frammento inedito, letto per la prima volta in pubblico durante un reading organizzato a Roma nel giugno del 2008 da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico. Un flashback sul passato dell’ispettore Vignola e del suo amico per la pelle Ezio. Che abbiate letto il libro o meno, non vi rovinerò niente, prometto.

È il campo degli zingari.

Questo posto pieno di cani magri e bambini che piangono e puzzano di cane, e donne di appena vent’anni che hanno già messo al mondo cinque figli e sembrano streghe bastarde quando ti guardano di traverso.

È il campo degli zingari e, seduto davanti alla sua roulotte con il tetto di pezzi di compensato e bandoni di alluminio c’è un vecchio che si fa spiegare da Piero Angela il mistero del cosmo.

Quanta materia oscura c’è nell’Universo?

Esistono galassie che appaiono curiosamente deformate, stelle come archi luminosi che spezzano il cielo. Queste immagini non sono altro che l’alterazione dell`immagine originale da parte di vasti ammassi di materia oscura la cui gravità devia in cammino i raggi luminosi.

Il vecchio sbadiglia. Il vento che si è alzato gli scombina i capelli lunghi e bianchi che scendono a sfioragli il bavero del cappotto.

Signòm ni rom” significa “sono un uomo”.

Lui si tira indietro i capelli dalla fronte, poi stringe le mani attorno alle ginocchia e si rivolge a qualcuno dentro la roulotte.

C’è un detto che fa più o meno: “Noi Rom siamo come l’erba che si piega al vento e che si rialza appena la tempesta è passata”.

I Rom hanno una lingua antichissima, molto vicina al sanscrito.

Se vuoi dire “padre”, usi dad” o tatà”.

Se vuoi dire “figlio”, usi “sav” o “ciavò”.

Se parli del diavolo, usi la parola “beng”.

Latrati di cani pelle e ossa.

Ezio posa il binocolo.

Ezio sputa per terra e chiede: «Ti rendi conto? No, dico: ti rendi conto o no?»

Io non rispondo niente, non mi viene in mente niente da dire e allora lui fa: «Li bruciamo tutti, questi pezzenti. È ora di incenerirli tutti insieme, te lo dico io!»

Fumo e fiamme che si alzano, e poi le urla, la puzza di carne bruciata.

Abbiamo le latte piene di benzina.

Abbiamo le molotov fabbricate come si deve.

Abbiamo le pistole e due fucili a pompa.

Stoeger P350 supermagnum con tre strozzatori interni.

Fanno casino.

Se sparassi al cocomero del vecchio, Piero Angela continuerebbe a sostenere che la materia visibile nell’Universo raggiunge solo un terzo della sua massa critica.

BUM!

Signòm ni rom” significa “sono un uomo”.

È a questo che sto pensando mentre Ezio mi guarda e capisce al volo come mi sento e sbotta: «Ricordi Miki il coglione?»

Una vita fa, ai tempi della scuola media.

«Te lo ricordi o no?»

Faccio segno di sì con la testa.

Miki lo zingaro, un mezzo psicopatico sciancato che a quindici anni era già finito diverse volte in questura per furto con scasso e per aver massacrato un cane randagio lavorando con calci, pugni e taglierino.

Miki tirava colla e fumava tonnellate di hashish.

Miki mi chiamava “signorina”.

Miki diventava isterico ogni volta che vedeva la mia faccia.

Miki diceva che al posto del pisello, i ragazzini come me avevano in mezzo alle gambe una fichetta calda e bagnata da troia.

Miki giurava che un giorno o l’altro si sarebbe chiavato mia madre nella fica e nel culo, e dopo anche me, prima di aprirmi la pancia con la sua lama da scuoio.

In qualsiasi posto sia andato a finire adesso, Miki lo zingaro non può più minacciarmi, non può più dire una sola parola.

Ho dormito più o meno due ore.

Ho sognato di camminare a quattro zampe in una stanza vuota dal soffitto basso.

Sempre la stessa maledetta stanza, come una scatola di cartone dalle pareti bianche.

E quel suono nelle orecchie, un ronzio lancinante come dopo l’esplosione di una bomba.

«Ci sei?»

«Sì.»

«Non c’è stronzo che ci faccia paura, vero?»

«Sì.»

«Non esiste.»

«Sì.»

«Perfetto. Non è ancora nato lo stronzo che ci metterà spalle al muro.»

Al risveglio, Ezio aveva preparato il caffè, si era già allacciato gli anfibi e aveva l’aria di un tizio sorteggiato per farsi una chiavata premio con Sharon Stone.

Avrei voluto dirgli qualcosa, ma le parole non mi venivano. Le avevo tutte dentro le parole giuste e, se fossi riuscito a metterle in ordine, a metterle bene in fila una dietro l’altra, forse adesso non saremmo qui.

Non c’è luna, stasera.

Non ci sono stelle.

Mariano è seduto al volante della Uno e forse sta pensando alla Svezia, il suo chiodo fisso insieme ai bei vestiti, le macchine potenti, le ficcate con fimmine mature.

Le cinquantenni dal viso rotondo che dopo aver scopato ti dicono che il tradimento è una necessità biologica e la fedeltà una scelta in eterno contrasto con il naturale corso delle cose.

Mariano è di Palermo e dice che non vuole fare il poliziotto fino alla pensione.

«È una cosa da alienati», borbotta scrollando il capo. «E poi odio restare bloccato sempre nello stesso posto, cazzo. Come se uno avesse il malocchio. Io una scelta ce l’ho: se non siete mai stati in Svezia non potete capire.»

I cani abbaiano ancora.

Pelo sudicio e zecche.

Pelo sudicio e avanzi di cibo cucinato dagli zingari.

Chiudo gli occhi. Li riapro. Sono ancora qui.

Freddo nelle ossa.

«Ancora un minuto», dice Ezio stringendosi nella sua giacca a vento.

«Poi entreremo in azione. Perché stasera la missione è questa e niente pugnette, chiaro? Li bruciamo tutti, perdio!»

Un commento a “ Bonus track fantasma ”

  1. grazie Nino

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